CALCIO
Wankdorf arriviamo!
È tutto pronto: ora bisogna solo salire sul treno e andare allo stadio...
Pubblicato il 14.05.2022 08:50
di SIlvano Pulga
La preparazione della trasferta, per il cronista inviato sul posto, è un piccolo rito, fatto di piccole cose. Lo zainetto con dentro il portatile, i caricabatteria, le batterie di scorta per il telefono (e, perché no, un apparecchio di scorta), perché non ci si può permettere di essere scollegati dal mondo. Un paio di penne biro, dei fogli per gli appunti, un libro da leggere se ci si muove in treno, gli auricolari per ascoltare la musica in viaggio o per risentire le interviste fatta in zona mista dentro la sala stampa, per scrivere il pezzo, senza disturbare i colleghi.
Però, non tutte le partite sono uguali. A volte, alcune evocano ricordi. Riordinando le cose nello zaino, talvolta escono vecchie distinte, tessere di accredito, piccoli oggetti che risvegliano avvenimenti, persone, emozioni, sorrisi o disappunto. 
Le finali hanno un loro fascino, ovviamente, anche per noi addetti ai lavori. Inevitabile è ripercorrere il percorso fatto in stagione. Lo si fa attraverso la rilettura, qualche giorno prima, dei pezzi scritti, la visione delle immagini di quegli incontri, le dichiarazioni rilasciate dai protagonisti. Inevitabile anche pensare alle sensazioni, alle previsioni prima delle sfide da dentro/fuori, ai confronti con le occasioni precedenti.
La finale di Coppa svizzera, da quando abbiamo iniziato a seguire con continuità il calcio elvetico, indipendentemente dalle squadre protagoniste, è sempre stato un appuntamento fisso, prima della pandemia. Avevamo il ricordo, da bambini, dei riflessi filmati in bianco e nero di quella partita o della diretta, che vedevamo sui notiziari della TSI, all'epoca visibile a casa nostra, e dell'entusiasmo che trasmettevano le immagini, con lo stadio pieno e i festeggiamenti per i vincitori, in anni dove il calcio estero, nella vicina Penisola, arrivava solo attraverso le bellissime fotografie a colori del Guerin sportivo, al martedì, che confrontavamo con quelle del catalogo del Subbuteo, a suo tempo indispensabile per conoscere la foggia delle casacche delle compagini poco conosciute che, nei primi turni delle coppe europee, incrociavano il cammino della nostra squadra del cuore a San Siro. Quelle immagini, così come quelle del basket ticinese degli anni '70, trasmesse il sabato pomeriggio dalla televisione svizzera, sono ancora stampate nella nostra memoria. 
Questa sarà la seconda occasione, per noi, di vedere il Lugano in campo in questa partita che, per molti, è la più importante dell'anno per il calcio svizzero di club. L'altra occasione fu il 2016; e, oggi, è inevitabile fare i paragoni. L'ambiente, innanzitutto: il vero obbiettivo della società era, ovviamente, il mantenimento della categoria. La rivale era proprio lo Zurigo, avversario anche in quella finale che, come ricordiamo, per le polemiche seguite agli incidenti avvenuti nel 2014 tra opposte tifoserie, aveva sede itinerante; e, quell'anno, ironia della sorte, si giocava proprio al Letzigrund. La prima sensazione che proviamo è quella, oggi, di un clima diverso. Troppo importante, allora, la salvezza, appena festeggiata pochi giorni prima a Cornaredo contro il San Gallo (coincidenza...). Poi la pioggia, una sottile inquietudine sull'esito finale nonostante lo scomodo ruolo di favoriti, visto anche l'ambiente depresso, in casa biancoblù, evidenziato anche dall'esplicita coreografia, nella curva da loro occupata allo stadio, esposta dai tifosi tigurini.  Andò male; ma, come abbiamo già scritto, nessun tifoso del Lugano, quel giorno, avrebbe fatto cambio con uno degli avversari. Si rientrò quindi oltre Gottardo delusi, ma con la sensazione che, in ogni caso, ci sarebbero state altre occasioni. Come, infatti, puntualmente accaduto: perché il bello del calcio (e non solo) è che, bene o male, c'è sempre un domani al quale guardare, soprattutto dopo le sconfitte. Senza retorica, anche qua lo sport è maestro di vita, quando ci insegna come sia importante affrontare, con questo spirito, le contrarietà che incrociamo sul nostro cammino. Magari non sempre c'è un dopo per gli atleti, che hanno a che fare col passare del tempo; però, i club e le tifoserie hanno vita più lunga. E, oggi, infatti, si ritorna a contare le ore che mancano alla partita, tornata nel frattempo alla sua sede naturale, nella capitale della Confederazione. E, forse, non è un caso che a seguire i bianconeri, questa volta, ci saranno più tifosi.
Ultimo controllo allo zaino: c'è tutto, siamo pronti a partire. Questa volta, però, a differenza della volta scorsa, abbiamo messo dentro la maglietta. Perché? Non c'è risposta, a dire il vero, c'è venuta l'idea, e abbiamo dato retta all'istinto. Non siamo tifosi: molti sanno che trepidiamo per una squadra della vicina Penisola, che prende il nome e il blasone da quello della città dove siamo nati, e che è molto amata anche in Ticino. Ma dopo una stagione passata assieme al Lugano, dal giorno del raduno, respirandone umori, gioie e delusioni, sarà inevitabile non essere coinvolti. Domenica pomeriggio ci sarà solo la finale: e torneremo con la testa alla Serie A, e ai colori che ci fanno battere il cuore, solo nel tardo pomeriggio, quando lasceremo il Wankdorf.