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Mustafà, da leggenda a libro
La vita del fachiro "milanese" che molti ticinesi ricorderanno: un simbolo di quegli anni
Pubblicato il 17.03.2021 09:01
by Silvano Pulga
Tanti ticinesi, oggi di mezza età, se lo ricordano di sicuro. Nelle escursioni a Milano, magari prima di qualche partita di calcio (quando si giocava ancora, in contemporanea, la domenica pomeriggio), l'aperitivo in zona Duomo era immancabile. Ed era proprio lì, in una piazza tra le più celebri del mondo, che si esibiva, in quegli anni, il fachiro Mustafà. Il petto denudato, a mostrare tatuaggi (in un'epoca dove, ad averli, erano solo ex galeotti o ex appartenenti alla Legione straniera), un turbante in testa, come se provenisse da un paese esotico (in realtà era nato a Massafra, nel sud della Penisola, nel 1953), Mustafà (che si chiamava all'anagrafe Francesco Balestra, come recitavano i numerosi verbali elevati a suo carico dalla Polizia comunale meneghina) sputava fuoco, spezzava catene e camminava sui vetri, proprio come i suoi omologhi orientali. Nel 1993, per poter entrare nel Guinness dei Primati, si fece addirittura conficcare addosso 500 aghi.
Lo spettacolo aveva un suo rito, ovviamente. Per prima cosa, il lenzuolo steso per terra, nelle vicinanze della Cattedrale milanese. Poi, da un registratore a batteria, partivano le note della celebre Mustapha dei Queen, e tutto aveva inizio. In genere, il pubblico di passaggio veniva intrattenuto con le fiamme (era soprannominato Mangiafuoco); intorno, si avvertiva nell'aria l'odore pungente del liquido infiammabile e, immancabilmente, dopo qualche tempo, nel corso del quale gli astanti venivano attratti anche dalle musiche, sempre ad alto volume, intervenivano i Vigili Urbani, per porre fine allo spettacolo. A Milano (come in Svizzera del resto), questo tipo di attività è subordinato al possesso di permessi: e il fachiro, manco a dirlo, ne era sprovvisto. 
La vita di Balestra (deceduto l'inverno scorso, a 67 anni) è così finita, recentemente, in un libro (intitolato "Il pericolo è il mio mestiere") nel quale l'artista di strada racconta la sua vita. Arrivato a Milano in cerca di lavoro nel 1979, dopo essersi arrangiato con qualche lavoretto, decise di usare le arti imparate da un artista del circo. Mustafà, grazie al suo talento, venne anche scritturato dal Rick's Cabaret di Via Fieno, locale dove, ai tempi, si esibivano i nomi più famosi dello spettacolo en travesti. In queste serate, il fachiro poté incontrare anche personaggi celebri dell'epoca: musicisti come Eric Clapton, e persino Pelé. Ma la sua popolarità la ottenne come artista di strada, a fianco di altri personaggi della Milano dell'epoca. Tanti ticinesi ricordano senz'altro Carlo Torrighelli (C. T.), uno dei primi Writer della storia, attivo attorno al Castello Sforzesco, il quale scriveva frasi contro la Chiesa ("Il clero ti uccide con l'onda!"), visibili ancora qualche anno fa, ed Ettore Gagliano, lo schiaffeggiatore dei preti in zona Arcivescovado, proprio davanti al Comando centrale della Polizia comunale.
Tornando al fachiro, ebbe un momento di grande popolarità nei primi anni '80, quando iniziò a esibirsi in piazza. Furono anni anche di contrasti, soprattutto con l'Amministrazione comunale, che gli chiedeva il pagamento delle tasse e il possesso dei relativi permessi. Mustafà accumulò così sanzioni per un importo totale di oltre un milione di franchi che, naturalmente, non era in grado di pagare. "Sono milionario, in fondo. Anche se in debiti" ha raccontato. Non era un uomo che poteva stare in un teatro: solo negli ultimi anni accettò delle comparsate televisive (Fantastico, I fatti vostri, al Maurizio Costanzo Show, ospite fisso da Chiambretti, a Domenica In). Mustafà fu protagonista di tante proteste contro le limitazioni e i divieti imposti agli artisti di strada: e molti cittadini milanesi erano solidali con lui. 
Esiste un aneddoto, confermato anche da alcuni filmati presenti in Rete. Nel 1984, durante l'esibizione dei Queen a Milano, una parte del pubblico urlò “Mustafà! Mustafà!”. Freddie Mercury, incredibilmente, intonò il ritornello di quella canzone, che pure non era nella scaletta del concerto. Nel 1989, in occasione della visita a Milano di Mikhail Gorbaciov, raccontò (l'episodio si trova nel libro) che s’incatenò sul tetto della Galleria Vittorio Emanuele, attirando così l'attenzione del capo di Stato dell'Unione sovietica. In realtà, in una Milano blindata, con tiratori scelti ovunque, manco poco che venisse preso a fucilate. Le dita dei cecchini erano infatti già irrigidite sui grilletti delle armi di precisione, e furono fermate dal provvidenziale intervento di un Dirigente della Questura meneghina che, pratico delle vicende della città, conosceva le gesta del Mangiafuoco, e le sue peripezie con la Vigilanza Urbana.

Qualche tempo dopo, Mustafà decise di dire basta, tornando nel proprio paese natale, dove si è occupato di alcuni terreni agricoli, sino alla morte, avvenuta il 28 gennaio dello scorso anno. Una vita avventurosa, in una Milano che ormai non esiste più: quella delle Lire, che venne definita Milano da bere (dalla riuscita pubblicità, in quegli anni, di un aperitivo), quella seppellita, nei primi anni '90, dalle inchieste di Tangentopoli.  Non quindi un esempio virtuoso da ricordare: ma era la Milano della nostra giovinezza, e tanto basta per renderla mitica. Perché, in fondo, il mito non è verità storica, ma ciò che sentivamo e che, oggi, ricordiamo. Con memoria selettiva, ovviamente. 
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