I 70 anni di un grande cantautore
Tutti fanno parte della storia
De Gregori va oltre le generazioni
Pubblicato il 06.04.2021 16:42
by Angelo Lungo
Scorrono veloci gli anni Sessanta, anni tumultuosi e forieri di cangiamenti. All’improvviso sulla scena canora compare un inedito protagonista: il cantautore.
È un artista che diviene un tutt’uno con le sue canzoni: scrive le parole, la musica e le interpreta. I testi hanno l’ambizione di essere colti, ironici. Hanno lirismo e contengono precisi riferimenti dello spirito del tempo. Sono canzoni che parlano di vita, di nostalgia, di solitudine, di disagio, di potere e di amore che non incede nello sdilinquimento. Temi forti affrontati con l’indole di essere liberi e provocatori.
“L’ammirazione sconfinata per De André mi ha convinto a provare a fare questo mestiere. E poi Bob Dylan”.
Francesco De Gregori è considerato il “Principe” dei cantautori, capace  di attraversare generazioni, sofisticato e popolare, colto ma non retorico, all’apparenza ermetico. Un ricercatore di senso. Gioca con il linguaggio e propone riferimenti letterari, storici, politici. Ma con una frase riesce a rappresentare lo struggente patimento di un innamorato non corrisposto.
De Gregori è “La storia siamo noi”, il cui significato è espresso chiaramente nel titolo. La storia è fatta dalle persone comuni, dal popolo e nessuno si deve sentire escluso. Non si ferma mai è un processo inarrestabile, non si può restare al chiuso, saremo sempre trascinati e abbiamo tutto da vincere e tutto da perdere. Sono coinvolti grandi personaggi e quelli che si sentono umili, non ci si può estraniare.
De Gregori è “La leva calcistica del ‘68”. Il calcio è un pretesto. Un'allegoria per poter parlare dell’esistenza. Sul prato viene inscenata la vita: vittoria, sconfitta, sudore, sofferenza e gioia. Ecco la debolezza di sbagliare un calcio di rigore, l’errore di chi ci mette il cuore e la passione e che solo all’apparenza compie uno sbaglio. È un perdente momentaneo, perché un grande giocatore, nella vita, lo si vede dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia. È un inno alla speranza, auspica che l’ego non travolga l’etica.
De Gregori è “Rimmel”, racconta di una storia d’amore terminata. Rimanda al trucco, al cosmetico, un qualcosa di artificiale che nasconde. Rimane qualcosa di chiaro e scuro, conclusione e consumo, per ricordare un groviglio di colpe o meriti, alibi e ragioni. Parla di profezie non avverate, di un bel gioco ma solo nella fantasia.
Dove i quattro assi hanno un solo colore e quindi qualcuno ha barato, ha usato trucchetti. Ma occorre rialzarsi e continuare il  percorso della vita.
“La vita è come un gioco da vivere perdutamente, a volte vinci il primo premio e poi ti accorgi che non serva a niente”.